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Parental advisory: non è un contenuto di viaggio

Sono seduta sul divano, fuori piove a dirotto, Edo dorme russando di fianco a me. Tra cinque minuti devo scappare a prendere Giacomo a scuola e l’idea di affrontare la pioggia con passeggino, marsupio, cappello e mille strati mi rompe un po’. Poi ci saranno cinque o sei ore in cui saremo da soli. Il papà lavora fino a tardi in questi giorni e io, se non c’è la nonna, sono da sola. Come molte mamme. Ordinaria amministrazione.

Eppure qualcosa è cambiato negli ultimi giorni.

Non sono un’ordinata, casa mia non è immacolata, le cene non sono bilanciate e pronte in anticipo, non sono una mamma di quelle che sanno sempre cosa far fare ai loro bambini. Spesso ho il telefono in mano e magari non perché ho un’urgenza di lavoro – non sono un cardiochirurgo – ma magari perché sto guardando Instagram.

Ieri sera è stata una serata di quelle da dimenticare delle ultime settimane, Edo che non riusciva a dormire, io che non sapevo come calmare il suo pianto, perché non c’erano tetta, ciuccio, coccole, canti che aiutassero. In tutto ciò Giacomo era davanti al televisore e mi chiamava dall’altra stanza per giocare con lui e io a parte dirgli “abbassa la voce che tuo fratello cerca di dormire!” non sapevo cosa fare. Lo è riuscito ad addormentare il papà quando è tornato, alle 21, mentre la cena diventava fredda, la mia, Giacomo mangiava guardando un cartone, io avevo le braccia doloranti dopo ore a cullare un fagotto, normalmente bravissimo, che avrei voluto tanto avesse un tasto di spegnimento.

Stanotte non abbiamo dormito, per ore. Edo alle 4 mi guardava e sorrideva, io pensavo sei bellissimo, ma cazzo ora dormi! Il papà alle 5.30 lo ha portato in salotto, mi ha lasciato dormire e alle 6.30 è andato al lavoro lui. Dopo un’ora tutto è ricominciato.

La maternità non è tutta una figata. La maggior parte delle volte è come un camion preso in faccia, che ti obbliga a scavare dentro di te per cercare forze, anche fisiche, pazienza, spazio che a volte non vorresti cedere. A dimenticare quello che desideri per te, il sogno di tornare dal lavoro e metterti sul divano con pizza e Netflix o fare un bagno caldo e invece finisci in bagno grondante di sudore mentre sono i tuoi figli a lavarsi e a lavare tutto il bagno o sul tappeto a giocare per la milionesima volta con i camion e a vedere il disco che salta, perché tuo figlio lo ha rigato volontariamente, di Toy Story.

L’amore, fiuuu, l’amore per un figlio è una cosa che ti scoppia dentro come una bomba, inimmaginabile prima.

Però l’ideale comune è sempre che fare la mamma sia meraviglioso, e lo è per una buona parte del tempo, ma è anche il lavoro più fottutamente duro e difficile che io abbia mai fatto. Perché sai che ogni passo, parola, gesto che fai lascia un piccolo segno nell’essere di un personaggio che poi andrà nel mondo e dopo anni faticherà magari a trovare una spiegazione a quel che prova.

E allora, stanca come uno straccio e con tanto lavoro da fare e un sonno arretrato che ormai non so più dove sia finito, ho deciso una cosa. Basta. Basta pretendere da me stessa cose che non riesco a raggiungere. Basta pensare che posso avere una casa pulita, dei bambini educati e ordinati, la cena pronta in tavola, e consegnare 4 articoli in un giorno come facevo fino a tempo fa.

Posso prendermi spazio, posso prendermi tempo, senza sentirmi in colpa se sono morta di sonno e faccio un pisolino dopo pranzo, se i miei figli per una sera mangeranno pesce fritto e ketchup, se il latte fresco in frigo non c’è. Io sono questa qui, più in là di così non posso andare.

L’unica cosa che i miei bambini devono sapere, e lo sapranno finché avrò fiato e forze per dirlo e dimostrarlo, è che li amo più di qualsiasi cosa al mondo.

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